La Riserva delle Gole di San Venanzio custodisce uno dei paesaggi più affascinanti dell’Abruzzo, dove la forza del fiume Aterno ha scavato nel tempo una gola profonda e spettacolare.
Questo ambiente, di grande valore naturalistico, rappresenta un corridoio ecologico di primaria importanza tra il Parco Nazionale della Maiella e il Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, accogliendo un patrimonio di biodiversità di assoluto rilievo. Qui il paesaggio cambia con continuità e armonia: pareti calcaree, boschi, arbusteti, pascoli, garighe, vegetazione ripariale e ambienti rupestri compongono un mosaico ricco di fascino e varietà.
All’uscita delle gole, la presenza dell’eremo di San Venanzio accompagna il passaggio verso la pianura alluvionale, più aperta e verde, segnata da coltivi e zone boscose lungo il corso del fiume. La riserva è anche un luogo prezioso per la fauna, grazie a un ambiente ancora ben conservato. Le alte pareti rocciose offrono rifugio a specie di grande interesse come l’aquila reale, il falco lanario, il falco pellegrino e il gracchio corallino, rendendo quest’area una meta speciale per chi ama la natura più autentica e potente.
L’eremo, che rende concreta la memoria degli anni vissuti da S. Venanzio tra le Gole dell’Aterno, è emanazione del contesto naturale in cui sorge, fatto di roccia, acqua e bosco. Chiusi in una vita di preghiera, confinati in un luogo inaccessibile, reso sacro dalla natura maestosa e dalla presenza vivificante dell’acqua, Venanzio da Camerino e il suo maestro Porfirio si stabilirono a metà del III secolo nel sito in cui poi sorse l’eremo. Fondato nel Medioevo, il romitaggio fu restaurato a più riprese in età rinascimentale e barocca, per poter meglio accogliere i pellegrini. La loggia pensile, affacciata sul canyon dell’Aterno, dà accesso alla grotta in cui il santo visse e pregò. Qui, una cavità nel muro porterebbe miracolosamente impresse le forme del suo corpo. Il contatto con quel tratto della parete di pietra promette ai fedeli la guarigione dai dolori, ma poteri taumaturgici sono attribuiti anche a un particolare tipo di pianta, nota come “grano di S. Venanzio”, e alle stesse acque del fiume.